iniziative
> torna alle iniziative > la lucerna d'oro
 


LETTERA APERTA ALL’AMICO GERMANO SARTELLI DA PETER BURNETT

Mi hanno chiesto di parlare di te, Germano…  Proprio parlare, non posso, perchè non mi è possibile essere presente (almeno non fisicamente!).  Ma scrivere, invece, sì.  Anzi, dopo tanto tempo, era ora , non ti pare?
Ci siamo conosciuti quarantatrè anni fa.  Non mi ricordo dell’occasione precisa, se fosse a casa di Mario Dal Monte, nel corso di una di quelle famose spedizioni che facevamo in quattro alla Biennale di Venezia – io, te, Mario ed il Dottor Ricci, quello che da giovane aveva fatto parte della banda di Fellini a Rimini; o se invece fosse in quello studio che tu avevi al manicomio di Imola...
Ma perchè non cominciare dal manicomio?  Non solo perchè all’epoca, noi tendevamo a trovare che il mondo intero fosse un manicomio, ma sopratutto perchè mi sembra che oggigiorno siano in pochi a conoscere il ruolo di pioniere che hai riempito nel campo dell’art therapy.  Eri là in quella grande sala dai muri altissimi, circondato da sculture in metallo arrugginito, nel bel mezzo dei materiali più diversi ed insoliti, ed abbiamo passato tutt’una mattina a guardare i disegni dei malati mentali.  Ripensandoci, li c’era roba che era 30 anni in anticipo sui tempi.  Non so se quello significa che il mondo sia diventato più pazzo o se quelle persone semplicemente ci vedevano più chiaro di noi...  Ma, seriamente: fra quei disegni ho visto cose bellissime, ed anche molto ben fatte.  E tu, Germano, eri lì, tranquillo ma attento, la sigaretta sempre alla bocca, ad occuparti del tuo lavoro mentre attorno a te i malati esprimevano la loro creatività.  E tu, che non hai mai trattato nessuno – nè nessuna creatura o forma di vita – da inferiore, creavi lo spazio, l’atmosfera nella quale tutti si sentivano a loro agio.  Già capivi quello che erano in pochi a capire: come anche la malattia e la menomazione possono produrre compensazioni, talvolta anche straordinarie.
Mi hai poi raccontato come, un giorno, senza nemmeno aver pensato di chiedere il tuo avviso, il direttore dell’istituto fece bruciare tutta la produzione artistica dei suoi pazienti, ivi compreso, come me l’hai spiegato, delle sculture che, secondo te, erano fra le più belle cose che tu avessi mai visto in vita tua.
E Dio sa come dovevano essere belle, se lo dici tu.
Perchè nella mia vita, ho conosciuto artisti, critici d’arte, storici, esperti, ma non ho mai incontrato il tuo uguale per godere insieme la contemplazione delle cose belle, unendo alla sensibilità ed all’intelligenza del cuore una profonda scienza tecnica: che fossero le opere di Rauschenberg e di Jasper Johns, quelli di Burri ,di un Paul Klee, di un Mondrian, o la ragnatela che attraversava il parabrezza della tua Cinquecento (come facevi ad entrarci dentro, nessuno lo sa – ma tu al ragno che l’aveva tessuta offrivi l’ospitalità, e si vede che a lui non disturbava il fumo delle Nazionali); oppure i palazzi di Ferrara, le acqueforti di Morandi, le sculture di Donatello, il paesaggio dei calanchi dietro a Imola, i dintorni della tua casa quando ancora non ci abitavi, e poi 25 anni più tardi, l’ombra di quel boschetto magico che hai piantato tu, da solo, abitato anche da quelle sculture, guardiani silenziosi che tu hai creato per animarlo.
Quando, poi, ti ho chiesto un giorno quale opera d’arte t’avesse toccato più profondamente, mi hai parlato del Phidia e dei marmi del Partenone...  In quel mentre, noi stavamo a guardare i tuoi collages: cicche, fogli, ragnatele...
Sei sempre stato sensibilissimo alla tradizione, consapevole dell’unità della creazione artistica, mentre proseguivi calmamente la tua strada.  Altri facevano un gran chiasso parlando e scrivendo di “arte povera” e poi servendosene per riempirsi le tasche.  Tu non hai preso voti di povertà nè di castità, non hai obbedito a nessuno all’infuori di te stesso – tranne forse alla moglie - nè hai niente contro i soldi...  Eppure, la “santa povertà”, certe qualità francescane, è come se facessero parte della tua natura.  Sei sempre stato un “verde”, un vero ecologista, generazioni prima che diventasse di moda.  Non ti ricordi di come mi spiegavi le sovvenzioni all’erosione della CEE?? A me che ci lavoravo?
Prendevi una bottiglia, una vecchia sedia, una tavola rustica con qualche oggetto un po’ rozzo e con un po’ d’ingegno e qualche foglia di fibra di vetro, facevi proprio una macchina da vedere (nel senso della machine à habiter del Corbusier).  Le cose bagnavano nella luce ed era come se la luce le consumasse.
Uno dei più grandi pittori del mio paese è stato John Constable che visse all’inizio dell ’800. 
Pronunciò un giorno queste parole: “I never saw an ugly thing in all my life.”  “Non ho mai visto una cosa brutta in vita mia.” 
Ebbene, pur avendo visto la guerra, e le miserie della periferia di ogni nostra gran città, questo potrebbe averlo detto pure Sartelli.  Pensateci.
Abbiamo chiacchierato e riso tanto, di tutto e di tutti, abbiamo passato ore molto belle semplicemente con una bottiglia di rosso, o camminando nelle colline a discutere di puletica, a scambiare storielle sull’andatura del piccolo e del grande mondo.  Mi sono presto reso ben conto pure del tuo lato furbo – come per esempio ti sei arrangiato per scappare alle deportazioni naziste ed a raggiungere i partigiani, portandoti poi volontario invece di tentare di nasconderti, per poi in seguito scappare a Verona perchè nessuno badava a te, l’unico deportato non prigioniero... è proprio vero che sei stato furbo!  Eppure, se penso a te – e non devi prendere male quello che dico ora – tu che sei schivo, penso ad un essere raro, ed a un saggio.
Nemo propheta in patria sua?  Ma si direbbe che forse, anche a Imola, c’è chi alla fine si è reso conto del tuo valore...

 

Questo sito è stato realizzato grazie al contributo della FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI IMOLA
 

inzio pagina